Valzer con Bashir: cancellare il passato non lava la coscienza

01Come quelle lettere d’amore che si scrivono e riscrivono di continuo senza mai avere il coraggio di finire, né tanto meno di spedire, anche questa recensione mi ha procurato infiniti patemi d’animo e ripensamenti. E il motivo è che “Valzer con Bashir” è talmente bello e importante che qualsiasi cosa io scriva oggi non sarebbe in grado – per colpa mia, naturalmente – di rendergli giustizia. Allora sapete cosa facciamo? Andiamo con ordine: frasi semplici, concetti semplici. “Valzer con Bashir” è un film d’animazione. Di cosa parla? Parla di due cose: una reale, storica e una astratta. La prima cosa è la guerra in Libano del 1982 e, in particolare, il massacro di Sabra e Shatila. La seconda cosa è la memoria. La memoria di un uomo che, passati decenni da quei fatti, si accorge quasi per caso di non serbarne alcun ricordo. E cosa fa, allora? Li ricostruisce, uno per uno, andando a fare visita ai ragazzi – oggi uomini – che divisero con lui quell’esperienza così traumatica. Ari si mette in viaggio, e noi dietro. Continua a leggere Valzer con Bashir: cancellare il passato non lava la coscienza

The hateful eight: troppo Jackson per un solo film

02Per prepararmi adeguatamente alla recensione di “The hateful eight” (d’ora in poi “THE”, mi scuserete) ho pensato bene di prendere appunti durante la visione, come sono certo facciano i veri critici cinematografici, tipo quelli dei giornali americani. Allora mi sono dotato di blocchetto di post-it di misura regolamentare (di colore rosa) nonché di penna Bic rossa. Non sto a dirvi quanto sia ora complicato leggere appunti presi in penna rossa su foglietti rosa mentre si guarda un film in una stanza buia, ma voi tenetene conto. Un’altra premessa: visto che, per una volta, stiamo recensendo un film nuovo, ci asterremo dal fare spoiler. Bene, ci siete? Allora partiamo. Continua a leggere The hateful eight: troppo Jackson per un solo film

Lucy, il film dove un gruppo di persone sbagliate fa cose a caso

Luc Besson mi è sempre piaciuto (Nikita è stato a lungo il mio film preferito, ed è comunque il mio film francese preferito), sia come regista che come sceneggiatore (Subway lo considero un classico), Scarlett Johansson piace a tutti, Morgan Freeman è lo zio (o il nonno) che tutti vorremmo avere e Choi Min-Sik uno con la giusta faccia da cattivo. Eppure “Lucy”, che è il film di cui parliamo oggi, ha qualcosa che non va. Come sempre lo scemo sono io, perché scopro che si tratta del più grande incasso francese della storia a livello mondiale. Non che gli incassi siano sempre garanzia di qualità, ma insomma, alla ggente Lucy è piaciuto più di quanto sia piaciuto a me, questo è chiaro. Continua a leggere Lucy, il film dove un gruppo di persone sbagliate fa cose a caso

Il piccolo principe, tante emozioni non bastano a fare un classico

03Come tanti, anch’io “Il Piccolo Principe” l’ho incontrato da ragazzino, in forma di libro e, sicuramente per più di una puntata, anche sotto forma di anime, non eccelso, ma del quale ricordo comunque la sigla e l’inquietante sensualità della Rosa. Ricordo che mi era piaciuto, il libro, anche molto; l’avevo però vissuto forse più come romanzo d’avventura che di formazione: una specie di fantascienza condita di sentimenti, più che la descrizione del travaglio per diventare adulto. E del resto, per un bambino, cosa c’è di più fantascientifico che diventare adulto? Che poi il piccolo Principe venisse morso dal serpente e che di conseguenza morisse (forse, ma più sì che no, mi par di capire, anche se mancano le prove autoptiche), confesso che l’avevo completamente rimosso. E infine, alla luce della recente visione della sua ultima versione cinematografica, mi rendo conto di averne sempre un po’ confuso temi e situazioni con “Il gabbiano Jonathan Livingstone”, sarà che si parla sempre di roba che vola e di relazioni a distanza. Continua a leggere Il piccolo principe, tante emozioni non bastano a fare un classico

A good day to Die Hard: John McClane meritava una fine migliore

Come ogni thriller che si rispetti, anche questa storia comincia banalmente. No, non sto parlando di “A good day to Die Hard” (d’ora in poi AGDTDH), ma della storia di come ho deciso di vederlo, che è comunque molto più interessante del film. Era – come spesso capita in questi casi – una notte buia e tempestosa. Moglie fuori a cena, bambine a letto, birre in frigo. Inebriato da tante possibilità, al grido di “Mo’ mi guardo nu’ bell’ film!” apro l’omonima cartella del PC. I cartoni li teniamo per quando ci sono le bambine; i drammoni e le commediole romantiche per la moglie, i documentari sul buco nell’ozono e i film cecoslovacchi in bianco e nero li teniamo per fare i fighi con gli amici. Stasera sono solo, e quindi voglio roba che esplode. O, in alternativa, donne nude. O donne nude che esplodono, naturalmente. Scartate le donne nude, che ho un’età, ormai, e poi magari mia moglie torna prima, opto per “AGDTDH”, nella convinzione – basata sulle altre puntate del franchise di Die Hard – che nessuno sappia fare esplodere roba meglio di John McClane. Continua a leggere A good day to Die Hard: John McClane meritava una fine migliore

Il cinema, non troppo sul serio.

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